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Shaabi, la danza del popolo egiziano

 

Prospettiva storica

 

“Nonostante centinaia di anni di occupazione straniera, le barriere naturali dell’Egitto hanno permesso agli abitanti dell’Alto Egitto di vivere in un relativo isolamento.”

“Le tribù nomadi dell’Arabia portarono in Egitto una cultura forte, la lingua araba, i racconti epici popolari, alcuni strumenti musicali ed il mawwal”

 

Anni di studio e osservazione diretta della danza mi hanno permesso di raggiungere una profonda conoscenza e comprensione di una materia piuttosto complessa. Il legame con l’Egitto, mia terra nativa, si è accresciuto nel sentimento di una forte affinità con il popolo contadino, il suo stile di vita, le sue credenze, le sue superstizioni e, soprattutto, il modo di muoversi. La passione per la danza della gente comune mi ha spinto a una continua esplorazione. Le ricerche sulle origini del movimento mi hanno convinto che lo Shaabi (o, più precisamente, il Sai’di)(1) sia la radice di tutte le espressioni di danza egiziana.

 

La danza popolare dei fallahin, o contadini, ebbe un ruolo significativo nella formazione della forma raqs sharki. Infatti, in qualsiasi occasione, dalle festività in onore dei santi (dette mawalid)(2), ai matrimoni, agli spettacoli di troupe folkloristiche (al feraq el qawmia)(3), è possibile ritrovare elementi originari delle danze un tempo praticate nei villaggi.

 

Il corso della lunghissima storia dell’Egitto, a partire dal tempo dei Faraoni, fu segnato dal dominio di numerose civilità. Gli Assiri (VII sec. A.C.), di cui restano poche tracce; i Greci di Alessandro Magno (IV sec. A.C.); Alessandro fu seguito dalla famiglia di Tolomeo, il cui potere si concluse con la morte di Cleopatra (I sec. A.C.). I Bizantini regnarono fino al IV sec. D.C., succeduti dai Persiani e dagli Arabi dal 641 d.C. al 1516; in tale data gli Ottomani occuparono l’Egitto e insediarono la cultura islamica nella maggior parte dei paesi arabi, unificandoli in tal modo per realizzare il dar el Islam, il dominio dell’Islam (4).

 

Nel 1798 ebbe inizio la dominazione francese; fu con Mohammad Ali (nota: generale ottomano di origini albanesi, fondò la stirpe che regnò fino al 1953), al governo dal 1804 al 1848, che l’Egitto iniziò ad affrancarsi dall’influenza di Istanbul e ad avviare un processo di industrializzazione e modernizzazione, attraverso un programma di riforme politiche, economiche e sociali che lo portò ad acquisire per la prima volta il senso di una propria identità. (nota: dopo Mohammad Ali, l’Egitto fu formalmente retto dai discendenti del governatore ottomano ma, di fatto, sottoposto all’influenza inglese; ciò fu causato dal forte indebitamento che la Compagnia universale del Canale di Suez, a capitale francese- egiziano, contrasse nel 1859 nei confronti della Gran Bretagna; nel 1914 l’Egitto divenne protettorato inglese). Dopo la morte di Mohammad Ali, l’influenza inglese diffuse elementi della cultura europea e promosse un processo di europeizzazione politica ed economica. Fin dalla occupazione francese, la storia dell’Egitto fu segnata da numerosi tentativi dei paesi europei di imporre il proprio dominio. La Gran Bretagna e la Francia, nel corso dei loro ricorrenti conflitti per il predominio in Europa, strumentalizzarono l’Egitto attribuendo ad esso un ruolo passivo di arma da usare contro il proprio contendente. Dall’insediamento degli inglesi nel 1882 e con la fine della monarchia ottomana, l’Egitto non riuscì a conquistare la propria indipendenza fino al 1952, anno in cui salì al governo Gamal Nasser, protagonista di una rivolta militare (nota: in realtà la Gran Bretagna concesse l’indipendenza all’Egitto nel 1922, ma di fatto continuò a esercitare un forte controllo fino alla rivolta nazionalista).

 

Malgrado le occupazioni straniere, le barriere naturali dell’Egitto permisero ad alcune popolazioni, soprattutto a quelle dell’Alto Egitto (sayy’dah)(5) di conservare una condizione di isolamento. Gli invasori penetravano nel territorio egiziano principalmente attraverso il delta del Nilo, e focalizzavano il loro interesse alle città del Basso Egitto, mentre le zone meridionali restavano virtualmente integre. I diversi governi si susseguirono imponendo differenti modalità di tassazione, di amministrazione e di legge, il che si ripercuoteva in modo pesante anche sui fallahin (6) e sui villaggi; ma le tradizioni, le abitudini e le credenze si salvavano dall’influenza straniera.

 

Ancora oggi, da Beni Suef e El Minya fino a Luxor, Asuan e Nubia, i fallahin mantengono i caratteri fisici e l’aspetto dei loro antenati, come li possiamo osservare nei dipinti delle tombe, dei templi e nelle grandi statue.

 

Gli unici conquistatori che ebbero effettivamente un’influenza sia nelle città sia nei villaggi furono gli arabi musulmani, che occuparono e regnarono nella zona del delta del Nilo e si infiltrarono progressivamente nelle regioni meridionali e nelle terre dei fallahin. Il VII sec. rappresentò l’inizio della conquista musulmana dell’Egitto, e Il Cairo divenne una delle principali capitali di dar el Islam. Il domino dell’Islam si estendeva dal Nordafrica fino all’Andalusia, comprendeva la maggior parte dell’Arabia e dell’Asia minore, e si estendeva fino alla Russia e al subcontinente indiano. Le grandi città di Baghdad, Mecca, Damasco, Costantinopoli, Cordova, Il Cairo e molte altre divennero altrettanti centri di cultura, scienza, medicina e di tutte le arti.

 

Fin da epoche remote, nelle comunità rurali dell’Alto Egitto vi erano gruppi nomadi che vagavano attraverso i deserti e si insediavano anche tra i fallahin. La maggior parte di queste tribù nomadi proveniva dalla penisola arabica e dalla Siria, dopo che questa era stata invasa dagli arabi musulmani. I nomadi erano arabi capaci di una grande comprensione della natura e della vita nel deserto, qualità comuni agli indigeni egiziani fallahin; di conseguenza gli arabi nomadi furono facilmente assimilati dalla comunità rurale e impararono a condividerne i metodi di coltivazione, di allevamento e di commercio. L’Islam rappresentò un forte elemento unificatore della gente e della cultura sia in ambiente urbano sia contadino e costituì una delle principali cause della integrazione tra arabi ed egiziani nella lingua, nella religione e nella cultura.

 

Le tribù nomadi, alcune delle quali vengono chiamate bedou, o beduine (7), diedero all’Egitto il loro forte retroterra culturale, la lingua araba, la forma poetica cantata detta Shi’r (8), i racconti epici, alcuni strumenti musicali e la forma di improvvisazione del canto detta mawwal (9). La gran parte degli Egiziani dell’Alto Egitto hanno ancora oggi una forte identificazione con questa eredità araba nomade.

 

Altre importanti influenze giunsero al Sai’d dalla Nubia, la regione che si estende da Assuan al Sudan in che costituisce l’eredità “nera”, africana, dell’Egitto. I nubiani mantengono una loro precisa connotazione culturale, sebbene adottino anche aspetti derivanti dalla cultura africana-faraonica e arabo-musulmana.

 

Al pari delle tribù nomadi, tra le comunità rurali ed anche urbane si mescolarono alcune famiglie i cui membri si guadagnavano da vivere attraverso la musica, il canto e la danza, tramandandosi da una generazione all’altra la loro arte. Sia i fallahin nei villaggi sia il popolo che viveva in città si serviva di questi artisti in occasione di matrimoni, circoncisioni e feste religiose. Queste famiglie potevano avere origini diversa, e si spostavano frequentemente; condividevano: a) la passione per la loro arte; b) l’esperienza e l’abilità; c) la grande capacità di assimilare la cultura dei luoghi in cui si trovavano e di acquisirla nel proprio patrimonio, trasformandola e rendendola anche più ricca di quella originaria.

 

di Suraya Hilal

© Hilal Art Foundation 2001

Nella parte II l’articolo di Suraya Hilal si occuperà delle famiglie di artisti e delle loro forme di musica e danza.

 

  1. Sai’di o Alto Egitto si riferisce alla regione e al popolo tra El Minya e Luxor fino all’Egitto meridionale.

  2. Plurale di mawlid, feste egiziane in commemorazione di santi e profeti.

  3. Al feraq el qawmia significa tropuie folkloristica nazionale, che si ispirano a quella originaria di Mahmoud Reda.

  4. Dar el Islam significa Il dominio dell’Islam.

  5. Sayy’dah plurale di Sai’di.

  6. Fallahin, contadini egiziani.

  7. Bedou, termine arabo per beduino.

  8. Shi’r è la poesia cantata araba.

  9. Mawwal è una improvvisazione vocale che non costituisce una canzone.

 

 

Bibliografia:

Albert Hourani “A history of the arab peoples”

Winifred Blackman “The Fellahin of Upper Egypt”

Richmond “Egypt 1798- 1852”

L’articolo di Suraya Hilal è inoltre basato su studi di prima mano, esperienza e conoscenza dell’Egitto comprese osservazioni della gente e della sua cultura in vari contesti sociali.

 

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